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La crisi di Ceuta del luglio 2026, con decine di migliaia di persone giunte dal Marocco verso il territorio spagnolo, riporta al centro della geopolitica europea il tema della sicurezza delle frontiere, della disinformazione sui social network e del ruolo del Marocco nella gestione della frontiera esterna dell’Unione Europea.

Ceuta rappresenta uno dei punti più sensibili della frontiera esterna dell’Unione Europea. Città autonoma spagnola situata sulla costa settentrionale dell’Africa, si estende per circa 19 km² e presenta circa 8 km di confine terrestre con il Marocco. Dal 1995 possiede lo status di città autonoma, distinto da quello delle 17 comunità autonome spagnole. I suoi circa 84.000 abitanti sono cittadini spagnoli e, quindi, cittadini dell’Unione Europea. La sua collocazione geografica assume pertanto una rilevanza che supera la dimensione territoriale spagnola: Ceuta costituisce infatti un punto di contatto diretto tra il territorio dell’UE e il continente africano. Il Marocco ne rivendica la sovranità, mentre la Spagna considera Ceuta parte integrante del proprio territorio. La presenza spagnola risale alla fine del XVI secolo: Ceuta era stata conquistata dal Portogallo nel 1415 e passò sotto il controllo della monarchia spagnola nel 1580; quando il Portogallo recuperò l’indipendenza nel 1640, la città rimase alla Spagna.
Tra il 30 e il 31 luglio 2026 Ceuta è stata interessata da uno dei più imponenti attraversamenti di frontiera mai registrati nella città autonoma. Il fenomeno era già iniziato nei giorni precedenti, con un progressivo aumento degli arrivi, ma nella giornata di giovedì 30 luglio il flusso ha subito un’accelerazione improvvisa, trasformandosi in un movimento di massa pressoché continuo e difficilmente gestibile dai dispositivi di controllo. Nel giro di poche ore, migliaia di persone provenienti dal territorio marocchino sono riuscite a raggiungere Ceuta. Nell’arco di circa due giorni, il numero complessivo degli ingressi è stato stimato in circa 80.000 persone: un dato straordinario se rapportato alla popolazione residente della stessa Ceuta, che si aggira intorno agli 84.000 abitanti. Oltre 80 persone hanno perso la vita durante il percorso e a questo bilancio si aggiungono le persone disperse. La situazione è progressivamente rientrata quando il Marocco ha ripreso il controllo della frontiera. Questo elemento costituisce un dato centrale dell’analisi: il ripristino dei controlli marocchini ha determinato la cessazione del flusso, così come il precedente insufficiente presidio del confine ne aveva favorito l’espansione.
Il caso di Ceuta dimostra quindi quanto la sicurezza delle frontiere esterne dell’UE dipenda non soltanto dalle capacità operative dello Stato che esercita la sovranità territoriale, ma anche dalla cooperazione con il Paese terzo confinante. Nel caso specifico, il Marocco dispone di una capacità concreta di prevenzione e contenimento del flusso, poiché controlla il versante territoriale dal quale proviene la quasi totalità degli attraversamenti. La temporanea attenuazione del dispositivo di controllo ha quindi rappresentato una variabile determinante nella trasformazione di un fenomeno migratorio in un movimento di massa.
A questa prima dimensione si aggiunge quella informativa. Dalle testimonianze di alcune delle persone arrivate a Ceuta e dagli approfondimenti successivi emerge infatti un ruolo significativo della disinformazione e dei social network nella formazione delle aspettative che hanno preceduto gli attraversamenti. Il meccanismo appare riconducibile a uno schema classico della disinformazione: non è necessariamente necessario costruire una falsità assoluta; è sufficiente partire da un elemento autentico, estrarlo dal suo contesto, semplificarlo e attribuirgli progressivamente un significato differente. In questo caso, l’elemento reale era costituito dalla sentenza pronunciata l’8 luglio 2026 dal Tribunale Supremo spagnolo.
La sentenza aveva stabilito che il cosiddetto rechazo en frontera, cioè la restituzione immediata alla frontiera, non poteva essere applicato ai migranti intercettati in mare mentre tentavano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla. Per tali persone doveva essere applicata la procedura ordinaria di restituzione prevista dalla normativa spagnola, con le relative garanzie procedurali. Si trattava quindi di una modifica significativa delle modalità attraverso le quali le autorità spagnole potevano procedere, ma non di una concessione automatica del diritto di soggiorno. La sentenza non stabiliva infatti che chiunque fosse riuscito a raggiungere Ceuta a nuoto avrebbe potuto rimanere in Spagna, né tantomeno trasferirsi liberamente nella Spagna continentale o permanere nell’Unione Europea.
È proprio questa distinzione che, nella circolazione sui social, sarebbe stata progressivamente cancellata. Una decisione giudiziaria complessa e circoscritta a una determinata modalità di attraversamento della frontiera veniva trasformata in un messaggio molto più semplice: raggiungere Ceuta via mare avrebbe significato non essere respinti e, quindi, poter rimanere in Spagna. Alcuni messaggi, secondo le testimonianze raccolte, prospettavano persino l’accoglienza nei centri predisposti e il successivo trasferimento nella Spagna continentale. Instagram, Facebook e TikTok avrebbero contribuito alla diffusione di queste informazioni, creando la percezione che raggiungere il territorio spagnolo fosse diventato improvvisamente semplice.
Si realizza così un processo di amplificazione informativa simile al meccanismo del “telefono senza fili”: il messaggio, passando da un individuo all’altro, non viene semplicemente riprodotto, ma reinterpretato, semplificato e adattato alle aspettative di chi lo riceve e successivamente lo rilancia. La notizia tende quindi ad assumere una forma sempre più coerente con i desideri, gli interessi e le aspettative del destinatario. La disinformazione, in questa prospettiva, non necessita di una falsificazione totale della realtà. Un elemento autentico può essere sufficiente per costruire una rappresentazione falsata quando viene isolato dal proprio contesto e inserito in una narrazione capace di intercettare un bisogno preesistente.
Il comportamento successivo di una parte consistente dei migranti costituisce un elemento particolarmente significativo. Una volta arrivati a Ceuta, molti hanno scoperto che la realtà era diversa da quella prospettata attraverso i social: non esisteva alcun automatismo di ingresso e permanenza in Spagna. Di fronte a questa situazione, decine di migliaia di persone hanno scelto di rientrare volontariamente in Marocco. Questo comportamento evidenzia la distanza tra l’aspettativa costruita attraverso il circuito informativo informale e la realtà incontrata sul territorio. Non consente, tuttavia, di affermare che tutti gli attraversamenti siano stati determinati dalla disinformazione: possono aver agito contemporaneamente fattori economici, sociali, migratori e, eventualmente, reti di facilitazione. Ciò che emerge è piuttosto la capacità della rappresentazione digitale di incidere sulle aspettative e, conseguentemente, sui comportamenti collettivi.
A questo punto l’analisi della disinformazione si intreccia con una seconda questione: il comportamento dello Stato marocchino. Anche ammettendo che la componente informativa sia stata spontanea, non coordinata e priva di una regia centrale, rimane da comprendere in quale misura il temporaneo allentamento dei controlli marocchini abbia contribuito a trasformare una narrativa digitale in un movimento fisico di massa. È proprio questa interazione tra ambiente informativo e vulnerabilità materiale della frontiera a rendere il caso particolarmente rilevante per la sicurezza internazionale. La disinformazione può essere interpretata come possibile elemento di accelerazione, mentre il comportamento marocchino rappresenta una variabile distinta, relativa alla gestione concreta del dispositivo di sicurezza.
Da qui nasce la domanda centrale: a chi giova quanto accaduto a Ceuta? Sul piano politico e propagandistico, la crisi offre un vantaggio evidente alla componente islamista e jihadista marocchina che da anni cerca di delegittimare le istituzioni dello Stato. Governo, Parlamento e forze politiche marocchine vengono infatti accusati dagli ambienti jihadisti di essere responsabili della crisi e di non essere in grado di controllare il territorio, proteggere la popolazione e difendere gli interessi nazionali. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra chi trae vantaggio da un evento e chi lo ha provocato: il fatto che la crisi rafforzi la propaganda jihadista non costituisce, di per sé, la prova di una sua regia.
La stessa ipotesi di un’azione deliberata del Marocco presenta una contraddizione strategica. Rabat ha un interesse concreto e strutturale a mantenere rapporti solidi con l’Unione Europea. Le relazioni economiche, commerciali, energetiche e infrastrutturali con l’Europa rappresentano una componente importante dello sviluppo marocchino. La stabilità della frontiera con la Spagna è quindi funzionale agli interessi dello stesso Marocco. Per questo risulta necessario chiedersi perché uno Stato che per anni ha sostenuto direttamente, attraverso proprie risorse e apparati di sicurezza, il controllo della frontiera possa improvvisamente consentire un cedimento del dispositivo, esponendosi a una crisi politica e diplomatica con la Spagna e con l’UE. Un’azione deliberatamente finalizzata a provocare una crisi di questa portata apparirebbe, almeno a prima vista, difficilmente conciliabile con gli interessi strategici marocchini.
La crisi di Ceuta rischia infatti di compromettere proprio gli obiettivi che Rabat avrebbe interesse a preservare: cooperazione con l’Europa, sicurezza delle frontiere, credibilità internazionale e stabilità degli scambi economici. Il futuro economico marocchino dipende da una maggiore integrazione con l’Europa e non dal confronto permanente con il proprio vicino europeo. Parallelamente, la crisi viene sfruttata dalla propaganda jihadista per sostenere la tesi di un Marocco incapace e politicamente fallito. Alcuni migranti hanno dichiarato di essere stati lasciati passare dalle forze di sicurezza marocchine, alimentando le ipotesi di un’apertura intenzionale. Sono state inoltre diffuse accuse secondo cui il Marocco avrebbe potuto agire sotto l’influenza o l’istigazione di Israele per destabilizzare la Spagna. Si tratta però di ipotesi che devono essere tenute separate dai fatti accertati.
Un dato oggettivo è invece la conferma, da parte del Ministero dell’Interno marocchino, dell’esistenza di una campagna online che incoraggiava le persone a tentare di raggiungere Ceuta. Secondo le autorità marocchine, attraverso i social venivano diffuse informazioni false secondo cui la frontiera sarebbe stata aperta, chiunque avesse raggiunto Ceuta avrebbe potuto rimanervi, chi avesse attraversato il confine a nuoto non avrebbe subito conseguenze legali e l’ingresso sarebbe stato semplice. La presenza della campagna di disinformazione costituisce quindi un elemento riconosciuto dalle stesse autorità marocchine e non soltanto un’ipotesi interpretativa.
La prossimità delle elezioni generali marocchine, previste per il 23 settembre, rende ulteriormente delicato il quadro. Una crisi di frontiera di proporzioni eccezionali, amplificata attraverso i social media, può diventare rapidamente uno strumento di delegittimazione politica. Non è quindi necessario ipotizzare un’unica regia: lo stesso evento può essere utilizzato da attori diversi per obiettivi differenti e persino contrapposti. In questo scenario, il Marocco viene inserito in una vera e propria battaglia narrativa, nella quale la propaganda islamista cerca di rappresentarlo come uno Stato incapace, economicamente stagnante e prossimo al collasso.
Questa rappresentazione, tuttavia, non coincide con la realtà complessiva del Paese. Il Marocco presenta difficoltà economiche e sociali, ma non è uno Stato al collasso: non è interessato da una guerra, non presenta un fallimento dello Stato e non registra un crollo delle proprie istituzioni. Al contrario, sono in corso importanti programmi infrastrutturali e industriali, tra cui l’estensione della prima rete ferroviaria ad alta velocità dell’Africa, l’espansione di Tanger Med, importante porto industriale e hub logistico, e investimenti nelle energie rinnovabili e nella desalinizzazione. Anche il settore aerospaziale rappresenta un comparto significativo: oltre 150 imprese, circa 25.000 lavoratori qualificati e un valore delle esportazioni vicino ai 3 miliardi di dollari annui, con la presenza di gruppi internazionali come Safran, Boeing e Airbus.
La narrativa jihadista sul collasso del Marocco può quindi essere letta come un ulteriore esempio del funzionamento della propaganda ideologica: si parte da elementi reali, difficoltà economiche, disuguaglianze, tensioni sociali e frustrazioni, e li si trasforma in una rappresentazione assoluta e deformata della realtà. Da una prima deformazione se ne producono altre, fino a costruire l’immagine di uno Stato completamente fallito. È lo stesso meccanismo osservato nella vicenda della sentenza dell’8 luglio: un elemento autentico viene isolato, reinterpretato e utilizzato per costruire una narrazione funzionale a determinati interessi.
Il caso di Ceuta presenta quindi una sovrapposizione di livelli differenti: una crisi migratoria di dimensioni eccezionali, una temporanea vulnerabilità del controllo della frontiera, una campagna di disinformazione digitale, aspettative migratorie alimentate da informazioni falsate e una successiva utilizzazione politica dell’evento. Il vantaggio più evidente sembra essere quello propagandistico ottenuto dagli ambienti islamisti e jihadisti, che possono utilizzare la crisi per sostenere la propria rappresentazione di uno Stato marocchino incapace di governare il territorio e di difendere gli interessi nazionali. Questo, però, non dimostra che gli islamisti abbiano provocato la crisi, ma coincidenza, dimostra piuttosto che l’evento si inserisce perfettamente nella loro narrativa e ne aumenta la capacità di persuasione.
In definitiva, il confine di Ceuta non è stato attraversato soltanto fisicamente da decine di migliaia di persone, ma anche da una guerra di narrazioni nella quale realtà, disinformazione, interessi geopolitici e propaganda jihadista si sono sovrapposti. L’elemento centrale, sotto il profilo della sociologia della sicurezza e dell’analisi geopolitica, è proprio questa interazione: una popolazione fortemente motivata alla migrazione viene esposta a un’informazione autentica ma tecnicamente complessa, trasformata e amplificata dai social; contemporaneamente, una temporanea attenuazione del controllo della frontiera permette alla narrativa digitale di tradursi in un movimento fisico di massa; infine, la crisi viene riutilizzata dagli attori radicali per delegittimare le istituzioni. Il vero terreno dello scontro, quindi, non è soltanto quello territoriale. È anche quello informativo e politico, nel quale l’obiettivo non è necessariamente conquistare un territorio, ma delegittimare uno Stato agli occhi dei propri cittadini e dei suoi interlocutori internazionali.