L’agosto 2026 in Siria è stato denso di avvenimenti. Gli sviluppi riguardano la condanna dell’ex presidente, l’integrazione delle SDF curde, il ridimensionamento della presenza russa e il contrasto all’influenza iraniana. Sta definendo se stesso e si sta posizionando, ma sta così cambiando diversi equilibri e non solo per se stesso come Paese.
Il Tribunale penale di Damasco ha condannato a morte in contumacia l’ex presidente siriano Bashar al-Assad per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La sentenza riguarda le violenze della guerra civile. Assad si trova attualmente rifugiato a Mosca. Assad è fuggito a Mosca nel dicembre 2024 dopo la caduta del suo regime. Il giudice Fakhr al-Din al-Aryan ha dichiarato Assad colpevole di omicidio premeditato, anche di minori, torture, detenzione arbitraria e crimini contro l’umanità. Il tribunale ha sottolineato il suo ruolo di “massimo decisore” nell’utilizzo degli apparati statali per perpetrare le violazioni.
Najib, unico imputato presente in aula, è stato condannato per il ruolo nella repressione a Daraa nel 2011, considerata la scintilla della guerra civile durata quasi 14 anni. Assad e il fratello Maher, rifugiati a Mosca (con la protezione di Putin) dopo la fuga dal Paese, sono oggetto di un mandato di arresto internazionale per orribili crimini. La condanna di Bashar al-Assad rappresenta un atto di giustizia transizionale, ma anche di costruzione della legittimità del nuovo Stato.
Al-Sharaa e lo stop all’uso di armi chimiche. La Siria ha annunciato venerdì 21 agosto di aver richiesto l’adesione alla Partnership internazionale contro l’impunità per l’uso di armi chimiche, in occasione dell’anniversario dell’attacco chimico del 2013 contro un sobborgo di Damasco.
In una dichiarazione congiunta con la Francia, Damasco ha annunciato la candidatura al partenariato, istituito da Parigi nel gennaio 2018 e composto da decine di Paesi.
L’iniziativa arriva nel giorno della commemorazione delle vittime dell’attacco dell’agosto 2013, quando l’esercito siriano guidato da Bashar al-Assad fu accusato di aver utilizzato armi chimiche contro aree controllate dall’opposizione. Secondo i servizi segreti statunitensi e organizzazioni per i diritti umani, morirono oltre 1.400 persone, tra cui numerosi bambini.
Il governo di Assad negò ogni responsabilità, ma accettò di consegnare il proprio arsenale chimico per evitare un possibile intervento militare statunitense. Assad rimase al potere per oltre un decennio, fino alla sua estromissione nel 2024 da parte delle forze di opposizione guidate dall’attuale presidente Ahmed al-Sharaa.
I sopravvissuti e alcuni paramedici documentarono l’attacco diffondendo video e testimonianze. Le immagini mostravano decine di cadaveri, molti dei quali bambini, oltre a persone, anche bimbi, prive di sensi, con schiuma alla bocca, e medici impegnati a soccorrere le vittime.
Dalla Siria c’è anche una svolta storica e cioè le SDF curde entrano nello stato siriano. Mazloum Abdi comandante delle SDF curde, ha annunciato a Qamishli il completamento dell0integrazione delle strutture militari, di sicurezza e amministrative curde nelle istituzioni siriane. Lo stesso Abdi ha precisato che continuerà la battaglia per garantire tutti i diritti ai curdi. I curdi hanno avuto una sorta di autonomia nel 2012 quando il regime di Assad era impegnato su altri fronti. Le forze curde presero il controllo di diverse città ma senza entrare in un conflitto totale con Damasco. Assad mantenne presidi nelle città di Hasakah e Qamishli. Dopo la caduta di Assad ha voluto rientrare in possesso dell’intero territorio. Le trattative tra le parti non sono state semplici. Le strutture autonome curde sono state assorbite in quelle siriane, in cambio i curdi hanno avuto da Damasco il riconoscimento ufficiale per decreto dell’identità nazionale curda e il curdo come lingua riconosciuta. Dal punto di vista della sicurezza, è uno scambio estremamente significativo: i curdi rinunciano progressivamente alla propria struttura politico-militare autonoma, mentre Damasco concede riconoscimento identitario, rappresentanza e diritti. In termini di state-building, è il tentativo di una sicurezza nazionale integrata. Il rischio, tuttavia, è che l’integrazione formale non coincida automaticamente con una reale integrazione politica e militare. La questione decisiva sarà quindi vedere chi controlla concretamente uomini, armi, intelligence, territorio e risorse.
Non finisce qui, sempre ad agosto in Siria vi è stato un altro cambiamento non poco importante. La Siria riprenderà il controllo delle basi russe sulla costa dopo circa 18 mesi di negoziati con la Russia. L’accordo prevede che la base di Hmeimim, vicino Latakia e quella navale a Tartus. La Siria riprenderà progressivamente il controllo delle infrastrutture civili delle due aree compreso l’aeroporto di Hmeimim e il quarto molo commerciale di Tartus. Queste strutture verranno integrate nell’amministrazione civile siriana. La parte militare saranno trasformate in centri congiunti russo-siriani di addestramento. Tutte queste transizioni dovranno avvenire entro 3 mesi. In generale, dopo la caduta di Assad, Mosca ha abbandonato circa 100 basi e postazioni in Siria. La Russia non ha lasciato completamente la Siria, ma evidentemente ha perso il controllo esclusivo di tante situazioni, ha perso tanti avamposti e ha perso di fatto la Siria. Si rafforza in Libia dove gli viene lasciata mano libera. Per la Siria questo rappresenta un recupero di sovranità, per la Russia è invece una trasformazione da posizione di patronage a posizione di partnership. Mosca tenta di non perdere completamente l’accesso al Mediterraneo orientale.
E ancora. Al-Sharaa ha intercettato e bloccato carichi di armi e rifornimenti militari provenienti dall’Iraq e diretti in Iran o a sue milizie alleate nella regione (in particolare verso il Libano), come parte della nuova linea di sicurezza e controllo dei confini di Stato. Non è poca roba, in quanto, l’Iran dopo la caduta di Saddam Hussein, ha investito moltissimo e per anni in Iraq per avere controllo territoriale e influenza. Quindi aver interrotto questo flusso di armi vuol dire togliere all’Iran delle possibilità vitali e fargli perdere anni di investimenti. Ricordiamo, per dare idea dell’Iran in Iraq, che quado fu ucciso il capo dei pasdaran (Qasem Soleimani nel 2020) questo fu ucciso in territorio iraqeno.
Vista nel suo complesso, quindi, la situazione presenta quattro processi simultanei: responsabilizzazione del vecchio regime attraverso la giustizia; ricostruzione del monopolio statale della forza attraverso l’integrazione delle SDF; stravolgimento degli equilibri con la Russia; contenimento delle reti iraniane di trasferimento di armi e influenza.
Il concetto centrale sarebbe quello di resilience e state capacity: uno Stato è più sicuro quando controlla il proprio territorio, le frontiere, le infrastrutture strategiche, le risorse energetiche, le forze armate e i flussi transnazionali. È esattamente ciò che al-Sharaa sembra cercare di ricostruire.
La Siria per essere concretamente sovrana deve negoziare con una pluralità di attori esterni e interni: Russia, Iran, Turchia, Stati Uniti, Israele, SDF e diverse formazioni armate. Perciò la vera partita non è semplicemente “chi governa Damasco”, ma chi riuscirà a controllare i nodi strategici del territorio siriano.
In questa prospettiva, gli eventi di agosto 2026 possono essere interpretati come una fase di consolidamento dello Stato post-Assad: Damasco sta cercando di recuperare progressivamente il monopolio della forza, il controllo delle frontiere e delle infrastrutture, ridurre la dipendenza dai vecchi patroni esterni e contemporaneamente incorporare gli ex attori armati autonomi. Se questo processo riuscirà, la Siria potrebbe passare da Stato frammentato e campo di competizione tra potenze a Stato regionale nuovamente capace di perseguire una propria politica di sicurezza. Se fallirà, il rischio è invece una nuova frammentazione, questa volta non necessariamente attraverso una guerra civile generalizzata, ma attraverso una competizione permanente tra centri di potere, milizie e sponsor esterni.