Vladimir Putin ha fatto approvare un disegno di legge che rafforza la coscrizione militare, rendendo il servizio obbligatorio per tutti i cittadini maschi tra i 18 e i 30 anni entro il 2026. La campagna di leva primaverile del 2025 ha già arruolato 160.000 giovani, il numero più alto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina.
L’obiettivo ufficiale è portare l’esercito russo a 1,5 milioni di unità attive, ma dietro la retorica patriottica si intravede una realtà più critica: la misura risponde a una crescente difficoltà sul campo, con perdite significative e una pressione logistica che ha messo in crisi il modello di guerra lampo inizialmente previsto dal Cremlino.
La leva obbligatoria, in questo contesto, non rappresenta un atto di coesione nazionale, ma piuttosto uno strumento autoritario di mobilitazione forzata. È una risposta emergenziale che riflette l’incapacità del regime di sostenere l’impegno bellico con risorse volontarie e professionali. L’arruolamento di massa diventa così un meccanismo di controllo sociale, soprattutto nelle regioni periferiche e tra le fasce più vulnerabili della popolazione.
La militarizzazione forzata rafforza la verticalizzazione del potere e riduce gli spazi di dissenso, trasformando il corpo militare in un’estensione diretta dell’apparato statale. In questo quadro, la leva non è solo una misura difensiva, ma un segnale evidente della fragilità strategica e della crescente dipendenza del regime da strumenti coercitivi.