L’inchiesta aperta dalla Procura di Roma sul presunto rilascio illecito di visti Schengen a cittadini russi attraverso l’ambasciata italiana di Tashkent rappresenta un episodio che va ben oltre il semplice fenomeno corruttivo.
Secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbero state esaminate circa 400 pratiche, con un giro economico stimato intorno ai 3 milioni di euro. Al centro dell’indagine figurano Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese e la collaboratrice Tatiana Tarakanova.
L’ipotesi investigativa è particolarmente delicata sotto il profilo della sicurezza nazionale ed europea: cittadini russi avrebbero ottenuto visti Schengen privi dei requisiti necessari, tramite intermediazioni operate da agenzie con sede a Mosca, dietro pagamenti che — secondo le ricostruzioni — potevano arrivare fino a 16 mila euro.
Il visto Schengen non rappresenta soltanto un documento amministrativo.
È, di fatto, una chiave di accesso allo spazio europeo.
Quando il sistema di rilascio viene alterato da meccanismi corruttivi, si apre una falla che non riguarda solo il controllo migratorio, ma l’intera architettura della sicurezza continentale.
Il problema assume una dimensione ancora più sensibile nel contesto geopolitico attuale, segnato dalla guerra in Ucraina, dalle sanzioni europee contro la Russia e dall’intensificarsi delle operazioni di influenza e pressione indiretta verso l’Occidente.
In questo scenario, il caso assume i contorni di una possibile vulnerabilità sistemica: reti opache, intermediari economici, utilizzo di canali diplomatici e mobilità facilitata possono trasformarsi in strumenti funzionali a strategie più ampie di penetrazione e destabilizzazione.
La nozione di “guerra ibrida” indica l’utilizzo coordinato di strumenti non convenzionali — economici, informatici, mediatici, migratori e politici — per indebolire uno Stato avversario senza ricorrere a uno scontro militare diretto.
Il caso si inserisce nel più ampio quadro delle operazioni di guerra ibrida attribuibili alla Federazione Russa, guidata da Vladimir Putin, destinatario di un mandato di arresto internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale. Le numerose attività di guerra ibrida lanciate dalla Federazione Russa contro i paesi europei riguardano vari aspetti. Obiettivi ricorrenti sono stati: reti energetiche, ospedali, sistemi bancari, enti pubblici, infrastrutture ferroviarie e aeroportuali. L’obiettivo non è soltanto il danno tecnico, ma la produzione di instabilità sociale, perdita di fiducia nelle istituzioni e percezione di vulnerabilità collettiva.
Un altro asse fondamentale della guerra ibrida riguarda la manipolazione informativa.
Attraverso social network, siti pseudo-giornalistici, bot automatizzati, campagne coordinate online, vengono amplificate narrazioni polarizzanti capaci di alimentare conflitti interni nei Paesi europei: sfiducia verso NATO e UE, delegittimazione delle istituzioni democratiche, radicalizzazione del dibattito pubblico e diffusione di teorie complottistiche.
Durante la guerra in Ucraina, molte campagne digitali hanno cercato di dividere l’opinione pubblica europea, ridurre il sostegno militare a Kiev, esasperare tensioni economiche e sociali legate all’inflazione e all’energia.
Per anni il gas russo ha rappresentato uno strumento geopolitico di influenza.
La dipendenza energetica di molti Stati europei ha consentito a Mosca di esercitare una forma di pressione indiretta attraverso oscillazioni delle forniture, rialzi dei prezzi, utilizzo politico delle esportazioni energetiche.
Anche questo rientra nelle logiche ibride: creare vulnerabilità economiche per influenzare decisioni politiche e coesione sociale.
L’eventuale utilizzo improprio dei visti Schengen introduce poi un ulteriore elemento critico: la mobilità.
In un contesto di tensione geopolitica, il controllo sui flussi non riguarda soltanto l’immigrazione irregolare, ma anche possibili reti di influenza, riciclaggio di denaro, aggiramento delle sanzioni, acquisizione di coperture logistiche, creazione di circuiti relazionali funzionali ad attività economiche o informative opache.
Il caso emerso all’ambasciata italiana di Tashkent mostra come la sicurezza contemporanea non si giochi soltanto sui fronti militari tradizionali.
Oggi il punto critico può essere anche una istituzioni civile: consolati, sistemi digitali, apparati burocratici, reti informative e procedure amministrative.
La sicurezza europea dipende anche dalla capacità degli Stati di prevenire fenomeni corruttivi, rafforzare i controlli interni, monitorare le reti transnazionali, integrare intelligence e diplomazia, proteggere l’integrità dei sistemi di ingresso nello spazio Schengen.
In un’epoca di conflitti ibridi, ogni vulnerabilità può trasformarsi in un potenziale fattore strategico.
Negli ultimi 20 e più anni la migrazione, o meglio la creazione mirata di flussi di sfollati, era già stata individuata come uno strumento di pressione militare, indirizzata contro la stabilità dei paesi nemici o che potevano influire su questi. Nella sua attentissima analisi Simona Carucci estende e precisa l’interpretazione: la mobilità umana apparentemente coperta dall’immagine migratoria entra prepotentemente nelle operazioni di competizione militare addirittura come vero e proprio fattore bellico.
Ufficialmente, infatti, la Carucci inserisce, a questo punto a ragione, i movimenti migratori negli strumenti bellici non convenzionali propri della ormai famosa “guerra ibrida”, capaci di “indebolire uno Stato avversario senza ricorrere a uno scontro militare diretto”. Per la studiosa l’affermazione riconosce una semplice conclusione logica, per me che mi occupo di processi d’integrazione nelle nuove società multietniche e multiculturali invece rappresenta una straordinaria apertura a nuove interpretazioni. Per come viene spiegato, il futuro mondiale fa apparire le situazioni di guerra in tutte le sue tipologie come condizioni purtroppo strutturali delle relazioni fra nazioni e soprattutto fra le superpotenze e tutti gli altri. In questo nuovo contesto planetario le spiegazioni delle migrazioni con i classici pull-push factors sembrano ragionamenti d’altri tempi. La loro validità viene infatti ristretta a condizioni specifiche legate a contesti comunque limitati e precisamente individuati mentre il nuovo contesto della competizione militare strutturale e capace di adattarsi a essere funesta per l’intera società, vissuta ora come nemica, in qualsiasi modo possibile impone un nuovo modo di pensare a questi fenomeni, tale da inventare interpretazioni sociologiche più adatte alla realtà effettiva. Alla ricerca, appunto, di “potenziali fattori strategici” e della loro gestione.