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A seguito del golpe nel 2022, il secondo nell’arco di soli otto mesi a Ouagadougou, il Burkina Faso si è insediato al centro di una ridefinizione sistemica degli equilibri geopolitici nel Sahel. La leadership del Capitano Ibrahim Traoré esige una griglia analitica complessa: le categorie tradizionali della polarizzazione politico-sociale o della semplificazione dicotomica si rivelano euristicamente insufficienti per interpretare la traiettoria dello Stato burkinabé.
La traiettoria di Traoré rappresenta un modello paradigmatico di regime di securitizzazione illiberale, in cui l’emergenza sistemica diventa la fonte primaria di legittimazione politica.
La mobilitazione patriottica usata dal Capitano come costrutto ideologico per giustificare il suo autoritarismo.
Il pilastro dell’architettura di potere di Traoré risiede in una raffinata alchimia tra contro-insorgenza giadista e securitizzazione del discorso pubblico. La risposta alla minaccia violenta dei gruppi affiliati ad Al-Qaeda (JNIM) e allo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) viene veicolata tramite un ethos di mobilitazione patriottica totalizzante.
Attraverso questo dispositivo, la difesa dell’integrità territoriale e l’anti-imperialismo di matrice neo-sankaraista non sono soltanto obiettivi tattici, ma costituiscono la giustificazione ideologica per l’estensione dell’autorità statale. Il dissenso politico interno e il giornalismo d’inchiesta vengono categorizzati come elementi di de-stabilizzazione o minacce ibride alla sicurezza nazionale, legittimando:
lo smantellamento dello spazio civico e della libertà d’informazione, espulsione di testate estere, sospensione dei media indipendenti e rigido controllo dell’agenda setting.
La contrazione delle garanzie giurisdizionali come l’arruolamento forzato o detenzione arbitraria per le voci critiche sotto la copertura delle norme di emergenza militare.
Realpolitik e pragmatismo transazionale in politica estera.
Se sul piano interno la giunta adotta un approccio rigido e dottrinario, in politica estera il regime di Traoré dimostra un marcato pragmatismo transazionale, svincolato da rigidità dogmatiche.
Un chiaro esempio di questa duplice postura è il rapporto con il fattore religioso e gli attori del Golfo Persico:
da una parte u fa muro contro infiltrazioni ideologiche wahhabite dall’altra accetta milioni di dollari dall’Arabia Saudita per le proprie infrastrutture.

La giunta scinde nettamente l’influenza ideologico-religiosa dalla cooperazione economico-finanziaria. Mentre blocca la penetrazione dottrinale esterna per tutelare la stabilità sociale, attrae i fondi sauditi per colmare il deficit infrastrutturale.

Il Burkina Faso di Ibrahim Traoré si configura come un laboratorio politico in cui la lotta all’estremismo violento non è scindibile dall’involuzione autoritaria. L’uso strategico del nazionalismo anti-coloniale consente al regime di blindare la propria sopravvivenza istituzionale, mentre la flessibilità diplomatica garantisce l’afflusso di risorse finanziarie e militari indispensabili.
La sfida non consiste nel valutare il regime secondo metriche democratiche classiche, bensì nel comprenderne la capacità di bilanciare minacce asimmetriche interne, frammentazione statale e riallineamenti geoeconomici globali.