Gli Houthi hanno negato di avere condotto attacchi contro la Mecca, confermando tuttavia di avere effettuato attacchi contro obiettivi militari. La distinzione è rilevante, perché gli Houti (Iran) non vogliono metterla sul piano religioso, ma quello prettamente militare.
Altro elemento, indipendentemente dalla destinazione dichiarata dei vettori, la capacità di raggiungere il territorio saudita amplia il perimetro della vulnerabilità del Regno e introduce una pressione ulteriore sulla sua architettura di sicurezza. La questione non riguarda quindi soltanto la difesa di un singolo obiettivo, ma la capacità dell’Arabia Saudita di proteggere simultaneamente territorio, infrastrutture critiche, popolazione e direttrici energetiche in presenza di una minaccia condotta da un attore non statale dotato di capacità missilistiche e droni. I sauditi hanno una grandissima capacità di acquisto in campo militare, posizionandosi stabilmente tra i primi cinque paesi al mondo per spesa per la difesa, con un budget che supera i 70 miliardi di dollari annui, ma, verosimilmente, non hanno le risorse umane capaci di trasformare questo arsenale in sicurezza.
La cosiddetta “NATO sunnita”, cioè l’Accordo della Mecca e il sistema di cooperazione tra Paesi a maggioranza sunnita che ne costituisce il riferimento politico-strategico, è sottoposta a un vero e proprio stress test. Al momento non si è registrata una risposta collettiva immediata in protezione dell’Arabia Saudita. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi comunicati e dichiarazioni provenienti dalla Turchia e dal Pakistan che sembrano indicare una disponibilità a fornire un sostegno più concreto al Paese alleato colpito dagli attacchi degli Houthi, considerati nella prospettiva regionale come parte della proiezione iraniana.
La Turchia ha fatto sapere, attraverso il proprio ministro della Giustizia, che sarebbe pronta ad assistere l’Arabia Saudita sulla base del trattato esistente tra i due Paesi. Ankara ha definito gli attacchi degli Houthi, ricondotti alla strategia iraniana, come attacchi contro l’integrità territoriale saudita e ha indicato la disponibilità a intervenire a fronte di specifiche esigenze tecnico-militari.
Anche il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha sostenuto che sia arrivato il momento di sostenere l’Arabia Saudita in conformità con quanto previsto dall’Accordo della Mecca.
Un elemento interessante, dal punto di vista della sociologia della sicurezza, è quindi la trasformazione della solidarietà identitaria in solidarietà strategica. L’Accordo della Mecca, informalmente definito “NATO sunnita”, viene sottoposto a una verifica della propria effettiva capacità di deterrenza, assistenza reciproca e risposta collettiva. La questione non è soltanto se gli Stati membri condividano una medesima identità religiosa e/o etnica, ma se tale appartenenza sia sufficiente a produrre una concreta convergenza degli interessi di sicurezza quando uno dei membri viene direttamente minacciato.
Altri Paesi hanno criticato Turchia e Pakistan proprio per non avere fornito un’assistenza immediata all’Arabia Saudita, sostenendo che Riyadh sia stata costretta a chiedere aiuto agli Stati Uniti e a Paesi europei e che tale sostegno sia stato successivamente negato. Si tratta di una dinamica che evidenzia una possibile frattura tra solidarietà dichiarata e capacità effettiva di sicurezza collettiva.
Nel frattempo, gli Houthi continuano a combattere nel sud dello Yemen contro le forze governative e i morti sono già nell’ordine delle decine. Il conflitto yemenita assume così una duplice dimensione: da un lato quella della guerra interna e della competizione per il controllo territoriale; dall’altro quella della proiezione regionale, nella quale il territorio yemenita diventa una piattaforma dalla quale esercitare pressione sull’Arabia Saudita e sulle rotte marittime internazionali.
È proprio questa sovrapposizione tra conflitto territoriale, proxy warfare e sicurezza delle rotte commerciali a rendere Bab el-Mandeb un punto strategico di primaria importanza. La minaccia non riguarda infatti esclusivamente la sicurezza saudita, ma la vulnerabilità di una delle principali arterie attraverso cui transitano energia e merci destinate ai mercati internazionali.
A questo scenario si aggiunge lo Stretto di Hormuz. Circa 105 milioni di barili di petrolio vengono consumati quotidianamente nel mondo e una quota significativa dei flussi energetici internazionali passa attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb. La possibilità che uno o entrambi questi choke point vengano sottoposti a una prolungata pressione militare rappresenta quindi un rischio sistemico per la sicurezza energetica internazionale.
Il problema diventa ancora più evidente considerando la capacità produttiva disponibile a livello globale. Il Venezuela, pur disponendo delle maggiori riserve petrolifere al mondo, rimane molto al di sotto della propria capacità potenziale di produzione. Gli Stati Uniti producono circa un quarto del fabbisogno mondiale. Ne deriva che un’interruzione significativa delle principali rotte di approvvigionamento non può essere automaticamente compensata attraverso un aumento immediato della produzione di altri Paesi.
La sicurezza militare si trasforma quindi direttamente in sicurezza economica. Una perturbazione dei flussi attraverso Hormuz o Bab el-Mandeb potrebbe determinare un aumento del premio di rischio sul petrolio, una crescita dei costi di trasporto e dell’energia e, attraverso gli effetti di trasmissione sui sistemi produttivi, una nuova pressione inflazionistica. La crisi regionale avrebbe così la possibilità di propagarsi lungo le catene globali del valore, trasformandosi da crisi geopolitica in crisi energetica ed economica.
In questo quadro, il ruolo della Cina assume un’importanza particolare. Un’eventuale decisione di Pechino di ridurre o interrompere il sostegno economico e militare all’Iran e alla Russia produrrebbe una modifica significativa dell’attuale equilibrio strategico. La variabile cinese non riguarda infatti soltanto i rapporti bilaterali con Teheran e Mosca, ma la capacità dei due Paesi di sostenere nel tempo le rispettive posture strategiche, economiche e militari.
Il punto di osservazione, pertanto, non può più essere limitato al solo conflitto tra Arabia Saudita e Houthi o alla contrapposizione tra Riyadh e Teheran. Occorre leggere simultaneamente quattro livelli: sicurezza territoriale, guerra per procura, controllo dei choke point marittimi e sicurezza energetica. È dall’interazione di questi quattro fattori che può derivare una crisi capace di produrre conseguenze ben oltre il Medio Oriente, investendo i mercati energetici, l’inflazione e l’economia globale.