Mentre in Italia alcuni ambienti politici e culturali sembrano tollerare – se non legittimare – la propaganda di Hamas, nel mondo arabo si sta affermando una nuova generazione che sfida apertamente l’ideologia anti-israeliana e il terrorismo jihadista.
Influencer, giornalisti e analisti arabo-israeliani promuovono una narrazione fondata su coesistenza, sicurezza e progresso. Tra le voci più rilevanti:
- Lucy Aharish, giornalista arabo-israeliana, ha definito Hamas “un’organizzazione brutale e disumana”, invitando musulmani, cristiani ed ebrei a unirsi contro il terrorismo.
- Nuseir Yassin (Nas Daily), arabo-israeliano con oltre 10 milioni di follower, ha dichiarato: “Non voglio vivere sotto un governo palestinese che massacra famiglie e bambini”. Dopo l’attacco del 7 ottobre, ha affermato di sentirsi prima di tutto israeliano.
- Maisa Abd Elhadi, attrice e influencer, è stata arrestata a Nazareth per aver elogiato Hamas sui social, dimostrando come anche in Israele l’incitamento al terrorismo venga perseguito penalmente.
In parallelo, think tank come Sharaka e Israel Policy Forum promuovono il dialogo tra giovani arabi e israeliani, soprattutto nei Paesi del Golfo e in Nord Africa, dove la normalizzazione dei rapporti con Israele è sempre più vista come una scelta pragmatica e strategica.
In Italia, invece, si registra una preoccupante ambiguità: manifestazioni pubbliche, dichiarazioni di esponenti politici e contenuti diffusi sui social sembrano talvolta confondere la causa palestinese con l’apologia di Hamas, ignorando la natura terroristica dell’organizzazione e il suo impatto devastante sulla popolazione civile, sia israeliana che palestinese.
Questa divergenza tra il mondo arabo emergente e parte del dibattito italiano solleva interrogativi sulla capacità del nostro Paese di distinguere tra legittima solidarietà e pericolosa legittimazione della violenza.