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Per la prima volta nella sua storia, Lukoil ha chiuso l’anno con una perdita netta di 1.059 miliardi di rubli, segnando un punto di rottura nella traiettoria di quella che fino a oggi era considerata una delle colonne portanti dell’economia energetica russa. Lukoil, controllata dal miliardario Alexey Perov, rappresenta circa il 15% della produzione petrolifera nazionale e per decenni è stata sinonimo di stabilità anche nei momenti di crisi più acute. Negli ultimi anni la compagnia aveva già registrato trimestralmente perdite importanti, come i 45,9 miliardi di rubli nel primo trimestre del 2020 e i 65 miliardi di rubli nel quarto trimestre del 2015, ma in entrambi i casi era riuscita a recuperare entro la fine dell’anno, tornando in utile. Perfino negli anni ’90, durante la crisi della transizione post-sovietica, Lukoil aveva sofferto, ma rimaneva affidabile: secondo i dati contabili statunitensi dell’epoca, la compagnia generò un utile netto di 729 milioni di dollari nel 1998 e 1,62 miliardi nel 1999, dimostrando capacità di resilienza anche in contesti estremamente complessi. La crisi del 2020, in piena pandemia, aveva messo l’azienda sotto pressione, ma Lukoil era riuscita comunque a chiudere in utile. Questa volta, però, la situazione è diversa: secondo gli analisti di PSB, la perdita record è stata causata principalmente dalla svalutazione delle attività estere, valutata intorno a 1,60 trilioni di rubli, che comprendono giacimenti petroliferi, raffinerie e reti di stazioni di servizio in vari paesi. Le sanzioni statunitensi hanno paralizzato le filiali estere e impedito numerosi tentativi di vendere asset, inclusa la rete estera con valore contabile di circa 20 miliardi di dollari, che non ha ricevuto l’approvazione del Tesoro USA. Questo blocco ha inciso direttamente sul fatturato dell’azienda, che è diminuito del 15% nell’ultimo anno, mentre l’EBITDA si è ridotto del 36% a 892 miliardi di rubli e l’utile operativo è sceso a 527 miliardi, un calo attribuito da PSB ai bassi prezzi del petrolio in rubli e ai fermi delle raffinerie dovuti a influenze esterne. La situazione si è aggravata anche per via della riduzione dei ricavi legata al calo dei prezzi del petrolio russo, all’ampliamento dello sconto del greggio Urali rispetto ai benchmark esteri e alle sanzioni imposte sia alla flotta di petroliere sia alla società stessa, come sottolinea Natalia Milchakava di Freedom Finance Global, che evidenzia come tutto ciò abbia limitato le esportazioni di petrolio e prodotti petroliferi. Le prospettive future dell’azienda rimangono incerte: il destino delle attività estere è un fattore critico, considerando il prezzo di vendita, la tempistica delle cessioni e l’utilizzo dei proventi. In passato, Lukoil aveva pianificato di vendere queste attività a Gunvor, società controllata da Gennady Timchenko, figura vicina a Vladimir Putin, ma l’operazione è saltata dopo che il Dipartimento del Tesoro statunitense ha etichettato Gunvor come un “burattino del Cremlino”, impedendo così la transazione. Questo episodio evidenzia come la crisi di Lukoil non sia semplicemente un problema aziendale, ma un segnale della pressione crescente sulle grandi compagnie russe da parte delle sanzioni internazionali e del contesto geopolitico globale. Lukoil, che a prescindere dalla gestione diretta è legata in modo strutturale al potere russo, mostra ora come la stabilità del regime energetico non sia più garantita: le sanzioni, il blocco delle operazioni estere e la limitazione delle vendite di asset hanno messo in evidenza quanto la compagnia sia vulnerabile in un mercato globale che richiede sicurezza e affidabilità. Gli scenari futuri dipenderanno dalla capacità di Lukoil di monetizzare i propri asset esteri, dal prezzo di vendita che riuscirà a ottenere e dalle tempistiche di queste operazioni, senza dimenticare l’andamento dei prezzi del petrolio e le possibili evoluzioni geopolitiche. La perdita record di Lukoil rappresenta così non solo un evento economico straordinario, ma un campanello d’allarme sullo stato di salute dell’economia russa e sulla capacità del sistema di potere di sostenere le proprie colonne portanti energetiche in un contesto sempre più ostile.